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    April 30

    Amore e morte

      gothic3.jpg Gothic image by renate-msk

    Muor giovare colui ch'al cielo è caro
    Menandro

    Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
    Ingenerò la sorte.
    Cose quaggiù sì belle
    Altre il mondo non ha, non han le stelle.
    Nasce dall'uno il bene,
    Nasce il piacer maggiore
    Che per lo mar dell'essere si trova;
    L'altra ogni gran dolore,
    Ogni gran male annulla.
    Bellissima fanciulla,
    Dolce a veder, non quale
    La si dipinge la codarda geme,
    Gode il fanciullo Amore
    Accompagnar sovente;
    E sorvolano insiem la via mortale,
    Primi conforti d'ogni saggio core.
    Nè cor fu mai più saggio
    Che percosso d'amor, nè mai più forte
    Sprezzò l'infausta vita,
    Nè per altro signore
    Come per questo a perigliar fu pronto:
    Ch'ove tu porgi aita,
    Amor, nasce il coraggio,
    O si ridesta; e sapiente in opre,
    Non in pensiero invan, siccome suole,
    Divien l'umana prole.
    Quando novellamente
    Nasce nel cor profondo
    Un amoroso affetto,
    Languido e stanco insiem con esso in petto
    Un desiderio di morir si sente:
    Come, non so: ma tale
    D'amor vero e possente è il primo effetto.
    Forse gli occhi spaura
    Allor questo deserto: a se la terra
    Forse il mortale inabitabil fatta
    Vede omai senza quella
    Nova, sola, infinita
    Felicità che il suo pensier figura:
    Ma per cagion di lei grave procella
    Presentendo in suo cor, brama quiete,
    Brama raccorsi in porto
    Dinanzi al fier disio,
    Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
    Poi, quando tutto avvolge
    La formidabil possa,
    E fulmina nel cor l'invitta cura,
    Quante volte implorata
    Con desiderio intenso,
    Morte, sei tu dall'affannoso amante!
    Quante la sera, e quante
    Abbandonando all'alba il corpo stanco,
    Se beato chiamò s'indi giammai
    Non rilevasse il fianco,
    Nè tornasse a veder l'amara luce!
    E spesso al suon della funebre squilla,
    Al canto che conduce
    La gente morta al sempiterno obblio,
    Con più sospiri ardenti
    Dall'imo petto invidiò colui
    Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
    Fin la negletta plebe,
    L'uom della villa, ignaro
    D'ogni virtù che da saper deriva,
    Fin la donzella timidetta e schiva,
    Che già di morte al nome
    Sentì rizzar le chiome,
    Osa alla tomba, alle funeree bende
    Fermar lo sguardo di costanza pieno,
    Osa ferro e veleno
    Meditar lungamente,
    E nell'indotta mente
    La gentilezza del morir comprende.
    Tanto alla morte inclina
    D'amor la disciplina. Anco sovente,
    A tal venuto il gran travaglio interno
    Che sostener nol può forza mortale,
    O cede il corpo frale
    Ai terribili moti, e in questa forma
    Pel fraterno poter Morte prevale;
    O così sprona Amor là nel profondo,
    Che da se stessi il villanello ignaro,
    La tenera donzella
    Con la man violenta
    Pongon le membra giovanili in terra
    Ride ai lor casi il mondo,
    A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
    Ai fervidi, ai felici,
    Agli animosi ingegni
    L'uno o l'altro di voi conceda il fato ,
    Dolci signori, amici
    All'umana famiglia,
    Al cui poter nessun poter somiglia
    Nell'immenso universo, e non l'avanza,
    Se non quella del fato, altra possanza
    E tu, cui già dal cominciar degli anni
    Sempre onorata invoco,
    Bella Morte, pietosa
    Tu sola al mondo dei terreni affanni,
    Se celebrata mai
    Fosti da me, s'al tuo divino stato
    L'onte del volgo ingrato
    Ricompensar tentai,
    Non tardar più, t'inchina
    A disusati preghi,
    Chiudi alla luce omai
    Questi occhi tristi, o dell'età reina.
    Me certo troverai, qual si sia l'ora
    Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
    Erta la fronte, armato,
    E renitente al fato,
    La man che flagellando si colora
    Nel mio sangue innocente
    Non ricolmar di lode,
    Non benedir, com'usa
    Per antica viltà l'umana gente;
    Ogni vana speranza onde consola
    Se coi fanciulli il mondo,
    Ogni conforto stolto
    Gittar da me; null'altro in alcun tempo
    Sperar, se non te sola;
    Solo aspettar sereno
    Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
    Nel tuo virgineo seno.

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